Rivista Diwali n.VI Settembre 2016

18 Sep
18 September 2014

E’ appena uscito il numero VI della rivista Diwali (http://www.rivistadiwali.it) il cui tema è “Spaesamenti”.

Nella rivista è presente la mia poesia “Qui” (http://www.rivistadiwali.it/2014/09/14/giuseppe-bonaccorso/)

Il numero VI (Settembre) della rivista è scaricabile in PDF al seguente link: http://www.rivistadiwali.it/download/rivista_diwali_pdf/Spaesamenti.pdf

Non ho fatto la guerra

11 Sep
11 September 2014

Da Infinita nigredo (2013):

Non ho fatto la guerra:
troppo giovane per aver combattuto in patria,
troppo fortunato per non averlo fatto altrove.

Secondo alcuni,
non ho alcuna chance di vendere un opuscolo:
la gente più impegnata vuol sapere del suo passato,
quella meno erudita,
di risa o di soldi facili.

Stare tra le mascelle umide d’una trincea,
nell’ammuffita suite d’un carro armato,
sparare in fronte ad un nemico
(o ancor meglio se ad un commilitone o ad un civile),
ricopiare le stesse lettere ad altrettante amanti,
alimentare o strozzare inutili speranze,
piangere pensando:
a campi fertili (brulli almeno quanto i ricordi),
a donne facili (fin troppe),
ad amici riformati perchè troppo belli,
o, semplicemente,
alla vita, (affatto spensierata),
dei fanciulli adesso in guerra.

Tutto ciò fa di un uomo uno scrittore.
Con dissennata venerazione delle parole,
anche un poeta,
con un gusto sopraffino per mobili e tendaggi,
uno sceneggiatore,
con l’orrido diluito nelle vene,
uno da chiamare solo in casi rari
(preavvisando, comunque,
anche un mutilato démodé avrebbe la sua parte).

Io invece,
che di tutto ciò non posso essere alcunché,
faccio il becchino in un cimitero di battaglia:
seppellisco libri,
taccuini,
penne rotte,
e qua e là il tasto orfano di un’Olivetti arrugginita.

Faccio bene il mio dovere
e la sera bevo vodka rassegnato:
in quest’Europa tanto unita,
di nuove guerre
proprio non se ne vuol parlare…

…e la Storia,
con grande disappunto,
si rilegge la mano senza capirci granché…

Foto di Don McCullough

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Preghiera dell’ultimo uomo

28 Aug
28 August 2014

Un uomo era appeso ad una croce romana.

I chiodi, piantati al centro dei polsi, gli avevano fatto perdere molto sangue e le gambe, già indebolite dai digiuni e dalle percosse, iniziavano a cedergli. Prima di giungere al suo estremo momento, quando la voce non avrebbe più trovato aria da mandare fuori, pronunciò queste strane parole: “Padre mio, non perdonare costoro. Non farlo, Padre Mio! Non perdonare come si perdona ai cani! Questa gente è responsabile solo di un’ingenua colpa che io ho voluto. Ho goduto delle loro frustate, dei loro sputi, dello scherno, della morte. Di fronte a loro non c’era un criminale, ma un uomo che derise l’umanità facendosi suo oggetto, ancor più delle bestie che, in questo luogo desolato, cercano ignare qualche filo d’erba.

Non perdonarli Padre Mio!

Costoro si ergono sempre in piedi, e chi è in ginocchio, lo è perché ha gambe più avvizzite delle mie. Costoro non meritano una punizione tanto orrenda: il perdono dell’indifferenza. In me hanno cercato un uomo da amare, un vero re, ma hanno trovato solo chi si è fatto calpestare come la più vile delle bestie. Sono stato io, Padre Mio, a volerli adesso qui, di fronte a me, a vedere quanto dolore ho voluto destinargli in questo luogo di morte e di squallore. Amare è ciò che l’uomo non potrà mai afferrare e io, fatto del tuo stesso spirito, adesso uomo come loro, lo capisco nella sua crudezza e sento la devastazione che pervade le mie ossa. Io ho odiato i miei carnefici e così li ho fissati quali uomini, quali esseri che mi stavano trattando così come io ho disposto che facessero. Ma leggevo nei loro volti il disappunto. Piantare quei chiodi, Padre Mio, è sgradevole più del fiele che mi offrirono. Ma è colpa mia, solo mia, se essi non furono sottratti a tale ingrato compito. Il mio voler essere amato li ha spinti contro il muro, ha inchiodato loro prim’ancora di me!

E non sia gloria per i pochi che mi difesero!

Costoro, peggior nemici dei miei aguzzini, si fecero oggetti affinché io ne governassi le carni e i cuori: dicevano di amarmi loro stessi più d’ogni altra cosa e, così facendo, si umiliarono e continuano anche adesso a farlo senza posa, mentre il loro amico muore, soffocando su una croce. Che differenza esiste, Padre Mio, tra quei tronchi rinsecchiti che costeggiano il vialetto e costoro che piangono come cani bastonati? Gli occhi dei carnefici erano vivi invece! Soffrivano, è vero, ma restavano profondi e cupi come l’abisso del mare e, nel compiere quel gesto infame, orrendo al loro stesso insano piacere, essi fecero solo la mia volontà e mi amarono davvero, sottraendo loro stessi alla possibilità d’essere a loro a volta amati. Perché amare, Padre Mio, è il peggior cruccio dell’umanità, la più amara piaga che all’uomo sia stata inflitta! Non perdonarli, dunque. Faresti loro un torto ben peggior della sorte che in vita gli è toccata.

Trattali da gente che resta in piedi di fronte a me. Trattali da dei, come Me e Te.

Trattali, Padre Mio, da uomini!”.

Detto ciò, le gambe gli vennero spezzate da un colpo di maglio e il condannato, senza emettere alcun altro suono, morì.

(Estratto escluso dall’ultima revisione dell’ex Senso del tempo – Copyright (C) Giuseppe Bonaccorso. All Rights Reserved)

(Com-)prendere

20 Jul
20 July 2014

Da Vertigini astratte (2012):

« Ovviamente non ho capito nulla ».

Ricominciamo dall’inizio:
« Com-prehendere », “contenere in sé…”
…e io tra le mani, ahimè, ho veramente poco.
Qualche screpolatura,
due granelli che sembrano molliche,
unghie corrose dalla fame isterica.
Dunque ho un debito, (lo scopro adesso),
e non ho neppure appreso
a stringere a dovere il morso del metacarpo.

Quando qualcosa riluce al mio sfiorarla,
io la annuso a lungo, come un canis simplex,
poi provo ad assaporarla,
a volte l’addento sin’a udire lo scricchiolare degli ossicini,
ma alla fine,
tra i cocci acuminati di tutti i miei slanci (sempre falliti),
io resto sempre un feto sotto spirito:
scientificamente affetto
da una suadente
ma (teoricamente) indispensabile,
inutilità.

Eppure tra le mie mani qualche traccia dovrei trovarla,
o almeno così ripetono…
ed io mi fido, sempre (o quasi).
Dubito poco di questi tempi:
se dicono che oltre la porta c’è un’onda blu cobalto,
io già immagino l’ossessione dei suoi abbracci
e dimentico che in questa scatola
non c’è alcuna porta
ma solo un pertugio impolverato,
e attraverso quel pertugio,
immenso,
io assisto,
come il tecnico delle pellicole,
all’indecifrabile film della realtà.

« Ovviamente non ho capito nulla ».

Dovrei di nuovo ricominciare:
« Siamo sempre fermi,
incatramati al punto di partenza… »,
è saggio chi lo dice,
un po’ meno chi lo pensa
e non compra da bere a sufficienza.

In questo rebus i pezzi scivolano via:
quel contadino non era forse un “RE”,
e quel muretto diroccato,
la pietra d’una fortezza per coleotteri danzanti ?

« Purtroppo temo di non aver capito nulla ».

La filosofia mi dona sempre…
…l’inenarrabile acme del non-senso:
capire,
di tanto in tanto,
stride più del solito intercity
che ancora non s’annoia di portarmi sempre via.

E appiccicato col viso al finestrino,
mi addormento. E sogno di sognare.

Il controllore mi conosce:
sarà pietoso e non mi sveglierà,
il biglietto lo compra colui che scende
ed io,
con questa lenta cantilena di ferraglia,
non ho proprio voglia di tornare desto.

« Ovviamente… non ho capito nulla ».

Foto di Gerry Balding

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Troppo tardi mi dissero di te

11 Jul
11 July 2014

Da Vertigini astratte (2012):

Troppo tardi mi dissero di te:
come l’orma d’un ritratto antico,
d’improvviso,
svaporasti al vento.

Intatta nel gelare della notte,
come ostinata condensa
dormi adesso,
inebriata solo di te stessa.

Vive la tua essenza,
(lorica di madreperla),
sin che il Sole non sorge,
su un vetro pallido d’inverno.

Ed io mi spengo,
ottenebrandomi,
nell’incedere oltraggioso dell’aurora.

Foto di Giorgio Raffaelli

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