Dieci haiku

19 apr
19 aprile 2014

Ripropongo qui dieci haiku (strutturalmente non conformi alla regola giapponese delle 17 sillabe), alcuni estratti dalle mie raccolte poetiche (in particolare, Vertigini astratte e Infinita nigredo) e altri inediti:

Ero una piccola barca,
tenuta a riva da una mano di musa.
L’inverno sfugge, adesso, tra le onde.
Ha ruggito, stamane, la mia noia,
come un canarino intossicato di libertà.
Nel fondo della gabbia, un orizzonte s’annega.
E’ come l’incedere del sonno
il saluto di questa lenta giornata.
Oniriche gravitazioni sbeffeggiano Galileo.

Non piove ormai e il vento ansima solo tra i casermoni.
Il muro è fermo lì di fronte. Si lascia ardere, silenzioso.
Il tuo petto s’incurva , di nuovo. Una memoria fugge da me.
Gocce che da sfere, anelano al cubo. Estati
bagnate, che coprono Agosto con diafane
velature di farfalla. Sibila il tuo sorriso, muto.
Ho un mosaico di tempo sulla mia pelle.
Einstein è imbalsamato curvo nello studiolo.
Lo spazio rivendica dolorante, l’eterna nullità.
La luna, protesa sul davanzale,
conte le macchine, come petali di margherita.
All’ultimo strappo è il silenzio, e un buio che canta.
Inseguito a perdifiato,
come l’ombra oblunga di un lampione,
aspetto una bimba mimarmi un sorriso.
Scheggia macchiata d’endorfina,
nella mia carne di transistor e ceralacca.
Sobbalza un piccolo cuore al mio sbadiglio.
Un coro di nuvole tesse un manto d’erba
per tenui sguardi che la terra rifugge.
All’ombra d’uno stelo, grida il silenzio.
La terra è umida. Nuove foglie scalpitano:
gli sguardi le affascinano come il piscio
dei cani. Una nuvola frena l’orgasmo del sole.
(Copyright (C) Giuseppe Bonaccorso. All Rights Reserved)

Foto di Brayan Zapata

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Marco Antonio e le bustine di thè verde

18 apr
18 aprile 2014

Ma si può sognare di tenere il discorso di Marco Antonio al funerale di Cesare? Ovviamente mi riferisco a quel sublime esempio di politica sociale che Shakespeare ideò per spiegare come la realtà possa essere sovvertita soltanto con un uso sapiente delle parole. Chiaramente, essendo cosciente di questa finalità, mi sembra non eccessivamente azzardato supporre che il desiderio represso riportato in vita dal materiale onirico, sia proprio quello di ridipingere il quadro dell’esperienza che ogni giorno si palesa davanti ai miei occhi. D’altronde, come diceva anche il famoso Conte di Saint Germain nel suo celebre trattato “Io sono“, il pensiero è intrinsecamente creativo e difficilmente si può sottrarre alla sua funzione primaria, nonostante gli sforzi per far sì che l’ego si immagini immerso in un “altro-da-sé” inalienabile.

Ma lo slancio grandioso dell’orazione funebre non è certo stato sufficiente! Dopo aver goduto immensamente nell’entrare in quello che poteva apparire come uno stadio coperto e pronunciare a gran voce: “Amici, romani, concittadini…”, la catapulta onirica ha spostato l’attenzione su una banalissima scena da supermercato, nella quale una segretaria di direzione (di prestigiosa azienda) si accingeva a comprare alcune bustine di thè verde da me ritenute di infima qualità. Far notare che l’acquisto era inappropriato per una rappresentanza così “nobile” è forse stato un altro tentativo di spostare il pennello della realtà dai toni pastello del rosa a quelli più incisivi del blu elettrico.

Qual è la morale di tutto ciò? Ovviamente nessuna, ed è questo l’aspetto più intrigante del materiale onirico: che in un luogo protetto, i fantasmi di una legge spodestata e costretta a mendicare seguaci, possono danzare il loro valzer senza il rischio di essere sbattuti fuori per inadeguatezza strutturale!

Foto di Stucks in Customs

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Obsession 2: il secondo volume di “Letteratura obsessiva”

18 apr
18 aprile 2014

Sarà disponibile da Maggio 2014 il nuovo volume di racconti selezionati dallo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio per un suo progetto editoriale dal titolo “Obsession” nato nel 2012. Dopo il primo volume[1] nel quale ci si era occupati di “Manie, fobie e perversioni”, Spurio ha selezionato un significativo numero di racconti di autori italiani sparsi in ogni parte della Penisola che hanno risposto con entusiasmo e competenza al progetto editoriale basato su un nuovo tipo di letteratura, postmoderna, e con un forte interesse alla componente psicologica dell’uomo gravata dai suoi tanti dilemmi, drammi e falle.

Nella nota critica introduttiva di Spurio si legge: Questa seconda curatela di “letteratura obsessiva” proponeva quale sottotitolo quello di “Paranoie, deliri e tradimenti”, associando ai primi due termini (paranoie, deliri) che stanno a significare un rapporto angoscioso dell’io nei confronti della sua stabilità emotiva e personale, quello del tradimento che invece ha una chiara accezione plurale, sviluppandosi almeno tra due soggetti. Quello del tradimento, coniugale o non, spesso vissuto come ripugnante gesto d’affronto che l’uomo non concepisce come perdonabile, può essere il motivo scatenante per vicende di violenza domestica, pedinamento ossessivo, stalking, arrivando addirittura a casi efferati d’omicidio. […] Un esempio di come la letteratura fungendo da grancassa della pesante aria che respiriamo nel nostro oggi carico d’inquietudini e di incertezza, possa fermarsi di fronte alla materia per osservarla, interrogarla e meditare.

Compongono la silloge di racconti testi di Chiara Abbatantuono, Elisabetta Amoroso, Giuseppe Bonaccorso, Martino Ciano, Massimiliano Città, Fabiola Danese, Monica Dini, Lorella Fanotti, Giuseppe Filidoro, Lidia Filippi, Giovanna Gobbi, Diana Lanternari, Floriana Laurenza, Simona Lauriola, Leonardo Jacopo Mangiapane, Manuele Marini, Pietro Marra, Elena Monti, Francesca Petrino, Giacomo Pezzotta e Annamaria Stroppiana Dalzini.

 

Scheda del libro:

  •  Titolo: Obsession 2
  • Autore: AA.VV.
  • Curatore: Lorenzo Spurio
  • Casa Editrice: TraccePerLaMeta Edizioni, 2014
  • Collana: Arancione/Antologie
  • Pagine: 270
  • Isbn: 978-88-98643-18-9
  • Costo: 12€
  • Link diretto alla vendita

 

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Un orologio ticchetta

17 apr
17 aprile 2014

Un orologio ticchetta. Io lo ascolto e il mio silenzio si flette sinuoso, tra le sistole e le diastole che solcano il dorso dell’etere immortale. All’esterno si sente a malapena una commistione di voci: motori assonnati, canti del vento, foglie e cartoni che rotolano graffiandosi. Gli smagriti ingranaggi dell’orologio sono più tenaci stasera e urlano il loro moto come baritoni sul palcoscenico. Non m’annoio, nè sprofondo nel godimento. A tratti, senza eccessiva difficoltà, riesco perfino a non pensare, benchè subito mi renda conto di dipinto quel vuoto con le stesse parole ad esso rubate. Poi, quando le orecchie si sono stancate, muovo il mio sguardo verso una minuscola luce. E’ rossa, fatta da milioni di sfere che saltano nel vuoto, senza nemmeno salutare i parenti. Quale luce si potrebbe mai afferrare se la natura fosse stata più umana? Oceani di onde, abbracciate prima del viaggio, perse in sè stesse come sabbia tra le dune dorate. E noi? Immobili, senza fiato nè forza, a fissare come dementi la rivolta degli ultimi schiavi. Un orologio ticchetta. Io lo ascolto. Adesso, ditemi voi, dove dovrei cercare l’anima che una volta fu mia? Sotto la pelle? O forse tra le minuscole ruote dentate che si mordono con incondizionata lussuria?

Foto di Kamal Hamid

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Al cimitero acattolico di Roma

12 apr
12 aprile 2014

C’è un tipo di silenzio che dopo millenni di oziosa schiavitù, urla e si dimena affinchè la sua voce possa risuonare negli infiniti sentieri dello spirito. Ogni passo sulla terra smossa ne fa risuonare le più oscure cavità e sembra liberare fate, ondine, folletti e gnomi, così che il viandante solitario trascini dietro di sè una folla gioiosa che canta, rumoreggia e agita i rami secolari delle vecchie querce.

Nel riporre nella terra le spoglie mortali, l’uomo sembra voler fare un dono a Geb, il dio egizio che si congiunge con la dea del cielo Nuit, per rendere indissolubile il legame tra ciò che è in alto e ciò che giace in basso. Le croci, latine, celtiche, ortodosse, svettano e sembrano voler alzare il capo oltre le cime verdeggianti degli alberi. Ma dove traggono esse il loro nutrimento? Proprio da quel suolo ove il seme della vita è sprofondato mille e più volte e sul quale il solitario visitatore calca i suoi passi smarriti.

Si ascolta la calma della notte tra gli strettissimi vialetti che tessono la rete che separa il luogo della morte dallo sconfinato bazar dove i fumi dell’ebbrezza danzano come giganteschi fuochi fatui. Eppure sembra così vicina la moltitudine di esistenze che, solo esteriormente, si piega in lunghissimo pianto, come l’angelo della sofferenza di William Story.

“Ciò che è in alto e come ciò che è in basso, e ciò che è in basso è come ciò che è in alto, per realizzare il miracolo della cosa unica” scriveva Ermete Trismegisto nella Tavola di Smeraldo, forse anch’egli, di tanto in tanto, perso nelle sue visioni tra i tumuli scomposti di un vecchio cimitero.

Esaltatevi in pace, voi che qui sembrate voler dare solo la cupa parvenza dello sconforto! Esaltatevi in pace!

La piramide di Caio Cestio e il cimitero acattolico del Testaccio. Trasformazione di un'immagine tra vedutismo e genius loci

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Lo svezzamento: racconto

02 apr
2 aprile 2014

E’ stato appena pubblicato su Il Paradiso degli Orchi un mio racconto non recentissimo e che sicuramente non rientra nella corrente che ho deciso di seguire, ma che può offrire spunti di riflessione sul labile confine che esiste tra natura (intesa come quel substrato inalianabile sopra il quale l’uomo poggia i suoi incerti piedi) e bigotteria.

Riporto in questa sede l’incipit, che ritengo superfluo, ma che potrebbe essere utile per evitare a coscienze troppo “sensibili” di vedere i tratti infuocati del maligno in un momento della giornata in cui risulterebbero decisamente indigesti:

Prima di iniziare è giusto premettere che questo racconto presenta elementi scabrosi e non velati da alcun artificio linguistico. Pertanto, coloro che hanno testa, bocca e orecchie completamente aperti e privi di filtri, possono continuare. Gli altri è meglio che abbandonino la lettura e riprovino magari con un altro racconto o in un diverso momento della loro vita.

Il link al racconto è il seguente: http://www.paradisodegliorchi.com/Lo-svezzamento.27+M58803b1fde6.0.html

Foto di Todd Ehlers

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Rivista PASSPARnous n. XVII – Mar. 2014

01 apr
1 aprile 2014

E’ appena uscito il numero XVII – Mar. 2014 della Rivista d’arte PASSPARnous, edita da Psychodream, in cui è pubblicato uno dei miei ultimi racconti psicologici, intitolato “La lettera allo specchio”. Il link è: http://www.psychodreamtheater.org/rivista-passparnous-ndeg17—letteratura—la-lettera-allo-specchio-un-racconto-di-giuseppe-bonaccorso.html

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Lilith: il più grande peccato dell’ego contro la realizzazione di sè

31 mar
31 marzo 2014

Al limitare della notte che dona all’ego il dominio dei sensi, tra le ombre che scivolano furtive nel buio accecante di un’immensità nascosta, si trova la porta che già Dante osservò da vicino. Ma nessuna speranza deve essere lasciata per varcarla, primariamente perchè essa è spesso sbarrata e solo chi possiede nocche dure e volontà indomita può sperare che essa venga aperta. L’ego, che nello specchio d’acqua di Narciso, ha benedetto il suo tronfio orgoglio, è già di per sè il principale nemico intestino a che tale “miracolo” possa avvenire.

In quella seducente oscurità, non si nasconde tuttavi alcun mostro che avversa (satanicamente, dalla sua etimologia) l’integrità dell’universo (il Sè) che gli dona la vita e il terreno ove poggiare i suoi piedi. Soltanto chi parteggia senza ragione può credere ciò e, nell’ambito dell’individuo, solo un ego catturato da se stesso, alienato nello specchio che gli dona unità, può permettere una lotta senza senso. Se infatti un ego troppo debole lascia il Sè in balìa delle forze inconsce (e ciò accade solo perchè il logos è stato precluso ad esse, cosicche la loro “lingua” è stata costretta ad urli, schiamazzi, grida e suoni inarticolati), un suo corrispettivo eccessivamente forte fa della ragione il peggior uso che la fantasia possa permettere.

Lilith è forse il miglior simbolo archetipico di questo processo. Creata della stessa materia di Adamo, sua pari, essa iniziò a rifiutare la posizione inferiore nei rapporti sessuali. Si ribellò. Probabilmente urlò, disse che ciò non era nè giusto, nè tantomeno ragionevole. Ma Adamo dissentì e Dio (che era il sole che ardeva nel suo petto) si schierò dalla sua parte. Lilith fuggì e a nulla servirono i tentativi per farla tornare sottomessa. In verità sarebbe bastato poco (a parte il fatto che, per consolare Adamo, Dio provvide subito a creare Eva da una sua costola, pronta alla completa sottomissione): bastava accettarla per ciò che realmente era e ogni sbaglio sarebbe stato prontamente corretto. La scelta, al contrario, fu ben più drammatica: Lilith rimase nell’ombra, sposò Samael (un demone) e divenne regina indiscussa del tormento onirico e cacciatrice di neonati.

Considerando il valore psicologico del mito (che trova una concreta realtà nel microcosmo del Sè), la cacciata di Lilith fu ben più grave e dolorosa di quella che Dio inflisse ad Adamo ed Eva, perchè decretò la separazione tra l’albero della vita (lato luminoso dove l’ego dovrebbe ascendere ed essere definitivamente coronato nell’incontro con il suo Sè superiore – rappresentato cabalisticamente dalla sefirah Tipheret), dall’albero della conoscenza, i cui frutti non soltanto non vennero mai del tutto mangiati, ma divennero stranamente indigesti e acquisirono, loro malgrado, ogni possibile attributo negativo. Ma Lilith non se l’è presa… Ella rimane sempre al suo posto, costretta soltanto a parlare una non-lingua che l’ego rifugge, ma che dona i suoi frutti nei sogni e in quei pochi momenti in cui l’attenzione cosciente si allenta.

E’ possibile prenderle dunque la mano? Certamente! Si corrono dei rischi? Forso solo quello di iniziare veramente a comprendere il significato reale dell’espressione “realizzazione di sè”.

Lilith. La luna nera

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Riflessione su “Conosci te stesso”

24 mar
24 marzo 2014

Sul sito Riflessioni.it è stata pubblicata la mia riflessione su "Conosci te stesso". Il link è: http://www.riflessioni.it/angolo_filosofico/riflessione-su-conosci-te-stesso.htm

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Il valore dei simboli (Video)

16 mar
16 marzo 2014

Ho deciso di iniziare a pubblicare una serie di video-articoli su argomenti di natura filosofica-psicologica sui quali conduco le mie frequenti riflessioni. Inizio questa serie (spero lunga) con un video sul valore dei simboli a partire dalla loro origine. Attendo numerosi commenti!

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Come stai? Te lo chiedo, ma tu non dirmelo…

17 feb
17 febbraio 2014

Ieri sera riflettevo sull’uso comune dell’espressione “Come stai?” Si tratta di un saluto? Di una manifestazione di interessamento? Di una curiosità? … (La lista potrebbe infruttuosamente continuare per molto tempo, ma preferisco tagliarla all’essenziale visto che il problema non è certo destinato a trovare una così banale soluzione). In verità, lo iato che divide l’espressione dal significato è sempre colmato dal ruolo che l’altro svolge all’interno della comunità umana, ragione sufficiente per rinunciare a qualsiasi sforzo autonomo e cercare rifugio nel marasma linguistico che la cultura, volente o nolente, continua a determinare.

Se qualcun altro mi domanda “Come stai?”, sia che si tratti di un saluto, sia che esso rientri in un quadro di interessamento finalizzato a qualcosa di ignoto, l’unica cosa che posso dedurre è che costui mi ha riconosciuto come essere in grado di fornire una risposta alla domanda (opzione ottimistica) o, nella maggior parte dei casi, come un “pari” che farà finta di non percepire affatto il punto interrogativo finale e magari risponderà in modo del tutto incoerente (chi è in fondo il detentore finale della coerenza?) La prima ipotesi è decisamente rara. Ci si accorge subito quando l’interlocutore attende una risposta: se, infatti, tendiamo ad evaderla, egli (o ella) la solleciterà e magari aggiungerà qualche osservazione sul nostro aspetto esteriore, così da rendere più pregnante il senso che tale interrogativo era destinato a dischiudere.

La seconda opzione, invece, è la più comune (purtroppo). Certe volte mi è capitato perfino di trovarmi di fronte ad interlocutori che non attendevano neanche uno straccio di risposta e passavano direttamente alla seconda affermazione/domanda (Come stai? Oggi sento proprio caldo…) Questo è indubbiamente un capolavoro di significazione: visto che è impossibile distaccare l’espressione dal senso, quest’ultimo viene compresso come una sardina e situato in quel minuscolo interstizio che separa l’esternazione di un’idiozia dalla successiva. Insomma… è solo questione di velocità. Ma dato che il dono del tempo è comunemente considerato come un metro del livello di vero interessamento, in questo caso, siamo di fronte al passaggio al limite (tendente a zero) della spesa che si desidera sostenere nel rapporto in questione.

Io, per mia natura/cultura, non riesco proprio a far parte del secondo insieme e, lo confesso, patisco enormemente la banalizzazione della domanda, soprattutto nella misura in cui essa, attraverso il riconoscimento dell’altro, nasconde la sua vera  natura: “Visto che io mi sto interessando a te chiedendoti come te la passi, desidererei ardentemente che anche tu lo facessi con me”. Apparentemente ciò potrebbe sembrare un comportamento interessato, ma la verità più profonda (e imprescindibile) è che esso sottende alla struttura fondamentale dei rapporti umani. L’altro non deve chiedermi come sto per arricchire il suo bagagli di conoscenze, ma piuttosto per donare a me il senso del mio essere costantemente soggetto ad esso (l’altro).

Foto di Alex Krasavtsev

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