(Com-)prendere

20 lug 2014
20 luglio 2014

Da Vertigini astratte (2012):

« Ovviamente non ho capito nulla ».

Ricominciamo dall’inizio:
« Com-prehendere », “contenere in sé…”
…e io tra le mani, ahimè, ho veramente poco.
Qualche screpolatura,
due granelli che sembrano molliche,
unghie corrose dalla fame isterica.
Dunque ho un debito, (lo scopro adesso),
e non ho neppure appreso
a stringere a dovere il morso del metacarpo.

Quando qualcosa riluce al mio sfiorarla,
io la annuso a lungo, come un canis simplex,
poi provo ad assaporarla,
a volte l’addento sin’a udire lo scricchiolare degli ossicini,
ma alla fine,
tra i cocci acuminati di tutti i miei slanci (sempre falliti),
io resto sempre un feto sotto spirito:
scientificamente affetto
da una suadente
ma (teoricamente) indispensabile,
inutilità.

Eppure tra le mie mani qualche traccia dovrei trovarla,
o almeno così ripetono…
ed io mi fido, sempre (o quasi).
Dubito poco di questi tempi:
se dicono che oltre la porta c’è un’onda blu cobalto,
io già immagino l’ossessione dei suoi abbracci
e dimentico che in questa scatola
non c’è alcuna porta
ma solo un pertugio impolverato,
e attraverso quel pertugio,
immenso,
io assisto,
come il tecnico delle pellicole,
all’indecifrabile film della realtà.

« Ovviamente non ho capito nulla ».

Dovrei di nuovo ricominciare:
« Siamo sempre fermi,
incatramati al punto di partenza… »,
è saggio chi lo dice,
un po’ meno chi lo pensa
e non compra da bere a sufficienza.

In questo rebus i pezzi scivolano via:
quel contadino non era forse un “RE”,
e quel muretto diroccato,
la pietra d’una fortezza per coleotteri danzanti ?

« Purtroppo temo di non aver capito nulla ».

La filosofia mi dona sempre…
…l’inenarrabile acme del non-senso:
capire,
di tanto in tanto,
stride più del solito intercity
che ancora non s’annoia di portarmi sempre via.

E appiccicato col viso al finestrino,
mi addormento. E sogno di sognare.

Il controllore mi conosce:
sarà pietoso e non mi sveglierà,
il biglietto lo compra colui che scende
ed io,
con questa lenta cantilena di ferraglia,
non ho proprio voglia di tornare desto.

« Ovviamente… non ho capito nulla ».

Foto di Gerry Balding

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Troppo tardi mi dissero di te

11 lug 2014
11 luglio 2014

Da Vertigini astratte (2012):

Troppo tardi mi dissero di te:
come l’orma d’un ritratto antico,
d’improvviso,
svaporasti al vento.

Intatta nel gelare della notte,
come ostinata condensa
dormi adesso,
inebriata solo di te stessa.

Vive la tua essenza,
(lorica di madreperla),
sin che il Sole non sorge,
su un vetro pallido d’inverno.

Ed io mi spengo,
ottenebrandomi,
nell’incedere oltraggioso dell’aurora.

Foto di Giorgio Raffaelli

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Recensione di Esistenze di cera di Sara Stefanini

04 lug 2014
4 luglio 2014

Riporto la recensione della mia ultima pubblicazione “Esistenze di cera” scritta da Sara Stefanini. Per chi lo volesse è disponibile anche in versione audio su Youtube.

“Fu un istante, ma un istante non è forse sufficiente per far nascere una nuova vita?” Scene assurde pirandelliane, teatrini falsati e personaggi bizzarri. Si tratta delle undici novelle di Giuseppe Bonaccorso raccolte in “Esistenze di cera”. Alcune di loro non hanno una fine, questo per lasciare più spazio alla fantasia del lettore e personalizzare il seguito di ogni storia. Già dalla prima pagina si individua lo stile pessimistico della vita vista dall’autore: monologhi interiori e situazioni imbarazzanti fanno da cornice a questa collezione di commedia contemporanea. Dal malato terminale che vuole essere per forza arrestato per omicidio, al padre di famiglia che improvvisamente si accorge di avere un sosia che gli “ha rubato la vita e la moglie”, da una donna che è convinta di esser tradita dal marito fingendosi vedova al clochard che era figlio dell’ambasciatore nigeriano desideroso di raccontare la sua vita.

I personaggi nelle novelle di Bonaccorso non sono ordinari, né tantomeno le loro storie. Le parole chiave che caratterizzano questa raccolta sono due: solitudine e silenzio. I protagonisti sono personaggi abbandonati dalla società e lasciati soli a se stessi nelle loro vite infauste e tristi che portano il lettore in un pessimismo più che mai leopardiano. Silenzio è un’altra parola significativa: il silenzio della morte dell’anima quando scopri che la tua morte fisica è vicina, il silenzio di una relazione spezzata e mai più riconquistata. Senza contare che l’assenza, la mancanza e l’insoddisfazione personale hanno travolto tutte le “creature” di Bonaccorso. Il libro comincia con la vita di Fausto, cui gli viene diagnosticato il cancro. Tra gesti spavaldi, furti e incesti, Fausto faceva tutto ciò che non avrebbe dovuto o potuto fare per vivere a pieno i suoi ultimi giorni.

Voleva provare più esperienze possibile. Bonaccorso riesce esattamente a far provare al lettore le sensazioni che toccano le persone colpite per far capire il valore vero delle cose, l’essenza della vita. Poi c’è Alessandro che ha una moglie e due figli. Un bel giorno si sveglia e vede un sosia occupare il suo posto, rivedendo la sua vita dall’esterno. Un altro sé ha preso il suo posto al lavoro, passa del tempo a giocare con i bambini e accarezza sua moglie. Questo gli permette anche di fare ragionamenti sulla vita passata e sui suoi sentimenti. Ma arriva il momento in cui si ritrova costretto a scegliere: o lui o se stesso. Giuseppe Bonaccorso ha scritto delle novelle che hanno una doppia chiave di lettura: il lettore deve solo scegliere cosa fare. Intraprendere una lettura più superficiale ridendo semplicemente degli eventi infausti e assurdi che si succedono pagina dopo pagina, oppure analizzare più profondamente le situazioni in cui si trovano i personaggi che caratterizzano la raccolta per una visione più introspettiva.

L’autore ha già pubblicato altri libri: “Vertigini astratte”, “Infinita nigredo”, “Il doppio cosciente”, “Gocce di mercurio” e “Il senso del tempo”.

Esistenze Di Cera

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Esistenze di cera è una raccolta di undici novelle il cui tema centrale ruota attorno ad un’analisi esistenzialistica di varie vicende umane, nei loro aspetti comuni e patologici. La solidità statuaria della vita viene ripetutamente colpita e messa in discussione dai vari personaggi di cui sono narrate esperienze, riflessioni o, semplicemente, strane circostanze in grado di sconvolgere il loro già precario equilibrio. L’amore, il lavoro, la soddisfazione e le strane ragioni che guidano il corso degli eventi sono tutti temi che, attraverso la poesia delle descrizioni, si mostrano come malconce maschere di cera, con lineamenti sbiaditi e in continuo mutamento. La scena dell’esistenza si consuma quindi in un lento dissolversi della consistenza e in un sempre più aggressivo avanzare dell’incertezza.

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Elogio del silenzio

29 giu 2014
29 giugno 2014

Parli. Nonostante tutto, quelle labbra si spendono in un vibrare simile al batter d’ali di un moscerino. Parli. Quando il sole urla o quando la pioggia sussurra lamentosa la sua cantilena, tu parli. Nelle crepe del muro, nella chiocciola che lentamente incede, nella polvere che ombreggia la ringhiera del balcone. Forse di notte trovi il tuo sfogo, ma quale premio si può concedere ad un eterno vincitore? Non è forse quel limone appeso ancora ad un ramo ingobbito, la tua voce tonante che non smette di raccontare vite?

E quali parole possono giungere alla penna dei poeti per tracciare un disegno del tuo eloquio? Forse si dovrebbero seguire le piroette del fumo che s’innalza dalla tazza di caffè. Forse ci si dovrebbe immergere nel riverbero d’una lacrima indecisa. Piangeva quell’uomo? O erano i pollini molesti a mascherarlo come un indistinguibile Pierrot?

Parli. Nonostante tutto, tu parli. Anche quando nessuno vorrebbe ascoltarti. E’ meravigliosa l’illusione che dai. Come aria di Maggio, fai l’amore con ogni creatura, ma la ribalta non è mai tua. Parli. E, nel tuo parlare, doni alla vita il silenzio.

Foto di Alberto Ortiz

Verità in abito da sera

27 giu 2014
27 giugno 2014

Dalla raccolta Infinita nigredo (2013), riporto la poesia “Verità in abito da sera”:

Verità in abito da sera,
in piedi,
alla mia porta.

Tocco deciso,
lievemente tesa,
con in mano un taccuino per appunti.

Entra in salone,
si siede accanto a me,
respira (davvero?),
e poi mi dice,
(tentennando un po’),
che le prove sono schiaccianti,
che non vale la pena seguitare a lottare.

Di là, in camera,
addormentata accanto a me,
giace madida Illusione.

Il suo ventre è miracoloso,
aperto ad ogni amplesso,
capace di leggere
sfumature effimere che io nemmeno vedo.

Verità mi osserva.
Penso che ci stia provando.
Gli occhi neri,
brillanti,
sono quelli del mercimonio facile,
della donna mai stanca d’esser donna.

Allungo una mano,
la sfioro,
sento la sua pelle corrugarsi
come quando un brivido
rinverdisce giovani capezzoli.

Le mi fissa,
sorride,
io penso che stia per scaricarmi,
ma mentre sento Illusione risvegliarsi,
l’amore,
fulmineo,
è consumato.

Non ricordo nulla,
ma il peso di Verità è adesso su di me.
Io terra,
lei cielo,
per raccogliere come un vaso
ogni goccia della sua ragione.

Il cielo buio
è infuocato di stelle,
e il mio cuore,
trafitto da migliaia di spilli,
macchia di rosso
il lucore lontano.

Verità mi ha reso suo.
Ed io,
addormentato come un morto,
mi sono spento
nella fine del giusto;
tra braccia fredde,
ma dure come il marmo.

Adesso è mattina.
Mi sono appena risvegliato.
Illusione è andata via.

Accanto a me,
di Verità,
solo un lunghissimo capello biondo.
E’ impregnato del suo odore,
e sembra avvinghiare le mie dita
come un famelico
serpente dell’aldilà.

Una nuova notte
è forse,
di fronte a me.

Foto di Alice Popkorn

Infinita nigredo

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