Preghiera dell’ultimo uomo

28 ago
28 agosto 2014

Un uomo era appeso ad una croce romana.

I chiodi, piantati al centro dei polsi, gli avevano fatto perdere molto sangue e le gambe, già indebolite dai digiuni e dalle percosse, iniziavano a cedergli. Prima di giungere al suo estremo momento, quando la voce non avrebbe più trovato aria da mandare fuori, pronunciò queste strane parole: “Padre mio, non perdonare costoro. Non farlo, Padre Mio! Non perdonare come si perdona ai cani! Questa gente è responsabile solo di un’ingenua colpa che io ho voluto. Ho goduto delle loro frustate, dei loro sputi, dello scherno, della morte. Di fronte a loro non c’era un criminale, ma un uomo che derise l’umanità facendosi suo oggetto, ancor più delle bestie che, in questo luogo desolato, cercano ignare qualche filo d’erba.

Non perdonarli Padre Mio!

Costoro si ergono sempre in piedi, e chi è in ginocchio, lo è perché ha gambe più avvizzite delle mie. Costoro non meritano una punizione tanto orrenda: il perdono dell’indifferenza. In me hanno cercato un uomo da amare, un vero re, ma hanno trovato solo chi si è fatto calpestare come la più vile delle bestie. Sono stato io, Padre Mio, a volerli adesso qui, di fronte a me, a vedere quanto dolore ho voluto destinargli in questo luogo di morte e di squallore. Amare è ciò che l’uomo non potrà mai afferrare e io, fatto del tuo stesso spirito, adesso uomo come loro, lo capisco nella sua crudezza e sento la devastazione che pervade le mie ossa. Io ho odiato i miei carnefici e così li ho fissati quali uomini, quali esseri che mi stavano trattando così come io ho disposto che facessero. Ma leggevo nei loro volti il disappunto. Piantare quei chiodi, Padre Mio, è sgradevole più del fiele che mi offrirono. Ma è colpa mia, solo mia, se essi non furono sottratti a tale ingrato compito. Il mio voler essere amato li ha spinti contro il muro, ha inchiodato loro prim’ancora di me!

E non sia gloria per i pochi che mi difesero!

Costoro, peggior nemici dei miei aguzzini, si fecero oggetti affinché io ne governassi le carni e i cuori: dicevano di amarmi loro stessi più d’ogni altra cosa e, così facendo, si umiliarono e continuano anche adesso a farlo senza posa, mentre il loro amico muore, soffocando su una croce. Che differenza esiste, Padre Mio, tra quei tronchi rinsecchiti che costeggiano il vialetto e costoro che piangono come cani bastonati? Gli occhi dei carnefici erano vivi invece! Soffrivano, è vero, ma restavano profondi e cupi come l’abisso del mare e, nel compiere quel gesto infame, orrendo al loro stesso insano piacere, essi fecero solo la mia volontà e mi amarono davvero, sottraendo loro stessi alla possibilità d’essere a loro a volta amati. Perché amare, Padre Mio, è il peggior cruccio dell’umanità, la più amara piaga che all’uomo sia stata inflitta! Non perdonarli, dunque. Faresti loro un torto ben peggior della sorte che in vita gli è toccata.

Trattali da gente che resta in piedi di fronte a me. Trattali da dei, come Me e Te.

Trattali, Padre Mio, da uomini!”.

Detto ciò, le gambe gli vennero spezzate da un colpo di maglio e il condannato, senza emettere alcun altro suono, morì.

(Estratto escluso dall’ultima revisione dell’ex Senso del tempo – Copyright (C) Giuseppe Bonaccorso. All Rights Reserved)

(Com-)prendere

20 lug
20 luglio 2014

Da Vertigini astratte (2012):

« Ovviamente non ho capito nulla ».

Ricominciamo dall’inizio:
« Com-prehendere », “contenere in sé…”
…e io tra le mani, ahimè, ho veramente poco.
Qualche screpolatura,
due granelli che sembrano molliche,
unghie corrose dalla fame isterica.
Dunque ho un debito, (lo scopro adesso),
e non ho neppure appreso
a stringere a dovere il morso del metacarpo.

Quando qualcosa riluce al mio sfiorarla,
io la annuso a lungo, come un canis simplex,
poi provo ad assaporarla,
a volte l’addento sin’a udire lo scricchiolare degli ossicini,
ma alla fine,
tra i cocci acuminati di tutti i miei slanci (sempre falliti),
io resto sempre un feto sotto spirito:
scientificamente affetto
da una suadente
ma (teoricamente) indispensabile,
inutilità.

Eppure tra le mie mani qualche traccia dovrei trovarla,
o almeno così ripetono…
ed io mi fido, sempre (o quasi).
Dubito poco di questi tempi:
se dicono che oltre la porta c’è un’onda blu cobalto,
io già immagino l’ossessione dei suoi abbracci
e dimentico che in questa scatola
non c’è alcuna porta
ma solo un pertugio impolverato,
e attraverso quel pertugio,
immenso,
io assisto,
come il tecnico delle pellicole,
all’indecifrabile film della realtà.

« Ovviamente non ho capito nulla ».

Dovrei di nuovo ricominciare:
« Siamo sempre fermi,
incatramati al punto di partenza… »,
è saggio chi lo dice,
un po’ meno chi lo pensa
e non compra da bere a sufficienza.

In questo rebus i pezzi scivolano via:
quel contadino non era forse un “RE”,
e quel muretto diroccato,
la pietra d’una fortezza per coleotteri danzanti ?

« Purtroppo temo di non aver capito nulla ».

La filosofia mi dona sempre…
…l’inenarrabile acme del non-senso:
capire,
di tanto in tanto,
stride più del solito intercity
che ancora non s’annoia di portarmi sempre via.

E appiccicato col viso al finestrino,
mi addormento. E sogno di sognare.

Il controllore mi conosce:
sarà pietoso e non mi sveglierà,
il biglietto lo compra colui che scende
ed io,
con questa lenta cantilena di ferraglia,
non ho proprio voglia di tornare desto.

« Ovviamente… non ho capito nulla ».

Foto di Gerry Balding

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Troppo tardi mi dissero di te

11 lug
11 luglio 2014

Da Vertigini astratte (2012):

Troppo tardi mi dissero di te:
come l’orma d’un ritratto antico,
d’improvviso,
svaporasti al vento.

Intatta nel gelare della notte,
come ostinata condensa
dormi adesso,
inebriata solo di te stessa.

Vive la tua essenza,
(lorica di madreperla),
sin che il Sole non sorge,
su un vetro pallido d’inverno.

Ed io mi spengo,
ottenebrandomi,
nell’incedere oltraggioso dell’aurora.

Foto di Giorgio Raffaelli

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Recensione di Esistenze di cera di Sara Stefanini

04 lug
4 luglio 2014

Riporto la recensione della mia ultima pubblicazione “Esistenze di cera” scritta da Sara Stefanini. Per chi lo volesse è disponibile anche in versione audio su Youtube.

“Fu un istante, ma un istante non è forse sufficiente per far nascere una nuova vita?” Scene assurde pirandelliane, teatrini falsati e personaggi bizzarri. Si tratta delle undici novelle di Giuseppe Bonaccorso raccolte in “Esistenze di cera”. Alcune di loro non hanno una fine, questo per lasciare più spazio alla fantasia del lettore e personalizzare il seguito di ogni storia. Già dalla prima pagina si individua lo stile pessimistico della vita vista dall’autore: monologhi interiori e situazioni imbarazzanti fanno da cornice a questa collezione di commedia contemporanea. Dal malato terminale che vuole essere per forza arrestato per omicidio, al padre di famiglia che improvvisamente si accorge di avere un sosia che gli “ha rubato la vita e la moglie”, da una donna che è convinta di esser tradita dal marito fingendosi vedova al clochard che era figlio dell’ambasciatore nigeriano desideroso di raccontare la sua vita.

I personaggi nelle novelle di Bonaccorso non sono ordinari, né tantomeno le loro storie. Le parole chiave che caratterizzano questa raccolta sono due: solitudine e silenzio. I protagonisti sono personaggi abbandonati dalla società e lasciati soli a se stessi nelle loro vite infauste e tristi che portano il lettore in un pessimismo più che mai leopardiano. Silenzio è un’altra parola significativa: il silenzio della morte dell’anima quando scopri che la tua morte fisica è vicina, il silenzio di una relazione spezzata e mai più riconquistata. Senza contare che l’assenza, la mancanza e l’insoddisfazione personale hanno travolto tutte le “creature” di Bonaccorso. Il libro comincia con la vita di Fausto, cui gli viene diagnosticato il cancro. Tra gesti spavaldi, furti e incesti, Fausto faceva tutto ciò che non avrebbe dovuto o potuto fare per vivere a pieno i suoi ultimi giorni.

Voleva provare più esperienze possibile. Bonaccorso riesce esattamente a far provare al lettore le sensazioni che toccano le persone colpite per far capire il valore vero delle cose, l’essenza della vita. Poi c’è Alessandro che ha una moglie e due figli. Un bel giorno si sveglia e vede un sosia occupare il suo posto, rivedendo la sua vita dall’esterno. Un altro sé ha preso il suo posto al lavoro, passa del tempo a giocare con i bambini e accarezza sua moglie. Questo gli permette anche di fare ragionamenti sulla vita passata e sui suoi sentimenti. Ma arriva il momento in cui si ritrova costretto a scegliere: o lui o se stesso. Giuseppe Bonaccorso ha scritto delle novelle che hanno una doppia chiave di lettura: il lettore deve solo scegliere cosa fare. Intraprendere una lettura più superficiale ridendo semplicemente degli eventi infausti e assurdi che si succedono pagina dopo pagina, oppure analizzare più profondamente le situazioni in cui si trovano i personaggi che caratterizzano la raccolta per una visione più introspettiva.

L’autore ha già pubblicato altri libri: “Vertigini astratte”, “Infinita nigredo”, “Il doppio cosciente”, “Gocce di mercurio” e “Il senso del tempo”.

Esistenze Di Cera

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Esistenze di cera è una raccolta di undici novelle il cui tema centrale ruota attorno ad un’analisi esistenzialistica di varie vicende umane, nei loro aspetti comuni e patologici. La solidità statuaria della vita viene ripetutamente colpita e messa in discussione dai vari personaggi di cui sono narrate esperienze, riflessioni o, semplicemente, strane circostanze in grado di sconvolgere il loro già precario equilibrio. L’amore, il lavoro, la soddisfazione e le strane ragioni che guidano il corso degli eventi sono tutti temi che, attraverso la poesia delle descrizioni, si mostrano come malconce maschere di cera, con lineamenti sbiaditi e in continuo mutamento. La scena dell’esistenza si consuma quindi in un lento dissolversi della consistenza e in un sempre più aggressivo avanzare dell’incertezza.

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Elogio del silenzio

29 giu
29 giugno 2014

Parli. Nonostante tutto, quelle labbra si spendono in un vibrare simile al batter d’ali di un moscerino. Parli. Quando il sole urla o quando la pioggia sussurra lamentosa la sua cantilena, tu parli. Nelle crepe del muro, nella chiocciola che lentamente incede, nella polvere che ombreggia la ringhiera del balcone. Forse di notte trovi il tuo sfogo, ma quale premio si può concedere ad un eterno vincitore? Non è forse quel limone appeso ancora ad un ramo ingobbito, la tua voce tonante che non smette di raccontare vite?

E quali parole possono giungere alla penna dei poeti per tracciare un disegno del tuo eloquio? Forse si dovrebbero seguire le piroette del fumo che s’innalza dalla tazza di caffè. Forse ci si dovrebbe immergere nel riverbero d’una lacrima indecisa. Piangeva quell’uomo? O erano i pollini molesti a mascherarlo come un indistinguibile Pierrot?

Parli. Nonostante tutto, tu parli. Anche quando nessuno vorrebbe ascoltarti. E’ meravigliosa l’illusione che dai. Come aria di Maggio, fai l’amore con ogni creatura, ma la ribalta non è mai tua. Parli. E, nel tuo parlare, doni alla vita il silenzio.

Foto di Alberto Ortiz